Giornale di Brescia – «Così ho dimostrato di essere allenatore vero»

19 febbraio 2015

Con Andrea Diana per le vie della città. Alla vigilia del derby di Verona che può decidere una regular season, un’intervista a tutto campo, parlando del suo passato, dei suoi hobby, di cos’è stato e cosa continua a essere la pallacanestro nella sua vita dove da sei mesi è arrivato anche un erede. Coach, che rapporto ha con Brescia? «Mi piace vivere la città, abito a Brescia 2, il centro è vicino e appena posso vengo a farci due passi. Soprattutto a me e mia moglie piace venire il sabato pomeriggio quando poi la domenica giochiamo in casa: è un modo per rilassarmi e per trovare la giusta concentrazione in vista del match». Cosa pensa dei bresciani? «Ricordano molto i livornesi. Come nella mia città natale ho trovato gente che all’inizio è un po’ fredda, ma col tempo si lega e ti da tutto. Io vivo qui da ormai Il segreto «Umiltà ed entusiasmo dei giocatori e di chi ci lavora insieme Così siamo arrivati in alto» legame forte da subito con i tifosi. Appena posso vado a fare due tiri con gli «Zanzaroni», c’è un bellissimo rapporto con gli «Irriducibili»; penso che abbiano apprezzato la mia disponibilità, l’umiltà e la passione nel fare le cose. E sono i valori che trasmette anche la squadra». Prima di scegliere lei, i nomi degli allenatori che giravano erano quelli di Recalcati, Dalmasson, lo stesso Martelossi; pensa di aver sconfitto pregiudizi e diffidenza che c’erano attorno a un debuttante? «Nel colloquio che ebbi con la proprietà a fine stagione dissi subito che ero disponibile a rimanere come vice allenatore, ho sempre pensato che il mio percorso avrebbe dovuto portarmi a dirigere una prima squadra. Ho preferito fare anni da vice in serie A, che partire dalle minors, per imparare a trattare i giocatori, a vivere con gli americani. Quando mi hanno chiesto di guidare Brescia mi sentivo pronto, sapevo che ci poteva essere un po’ di diffidenza nei miei confronti ed era normale, ma ero anche convinto di poter prendere spunto dal lavoro a fianco di Dell’Agnello e Martelossi. Da Sandro ho imparato come si gestiscono i giocatori tutti allo stesso modo, da Alberto a togliere pressione alla squadra durante la settimana». Qual è il segreto di questa Centrale? «Uso due parole: umiltà ed entusiasmo. Ho scelto i giocatori in base a questo, sapevo ad esempio che gente come Benevelli e Alibegovic rende meglio se parte dalla panchina, che avevano però voglia di dimostrare il loro valore con un maggior minutaggio, che Passera voleva far vedere di non essere finito, che gli americani erano leader, ma anche gregari. Poi c’è l’energia che arriva dallo staff tecnico, dai miei vice Giannoni e Cotelli, da quello medico e dalla passione che sprigionano ogni giorno la famiglia Bonetti e Ferencz Barrocci. I risultati ci stanno dando ragione».

Cristiano Tognoli

« Lo sport era nel mio destino fin da piccolo»

«Lo sport -dice Andrea Diana – era nel mio destino. Sono nato nel quartiere stadio. La domenica era un rito: mio papà mi portava prima a vedere il calcio e poi il basket. Tifavo Libertas Livorno, anche se poi ho giocato nella Pallacanestro vincendo un campionato di CI davanti a tremila spettatori. Con la Libertas ho vissuto l’epoca dalla Bl alla finale scudetto, mi sono entusiasmato per i primi americani Jelani e Hackett». Ha sempre giocato a basket? «All’inizio anche a calcio, fui anche preso nella Picchi, l’equivalente della Voluntas a Brescia. Ero un attaccante. Poi però nel mio condominio i ragazzi più grandi attaccarono un canestro e iniziai a farmi prendere dalla passione. Di fronte a me abitava Max Giannoni, che ho ritrovato qui a Brescia, e ancora oggi mi ricorda di quando mi vedeva tirare a canestro. Ci si salutava, ma non eravamo amici». Ci parla della sua famiglia? «Mio papà era impiegato all’Inps, mia madre insegnante di matematica alle medie e ora è consigliere comunale. Ho un fratello, Leonardo, tre anni in meno di me (37, ndr) che fa il danzatore e coreografo ed è reduce da uno spettacolo con Danilo Rea (pianista, jazz italiano ndr). Sono sposato con Valentina dal 2007, l’ho conosciuta perché era ufficiale di campo, il primo appuntamento agli Uffizi a Firenze davanti alla Venere di Botticelli. Adesso la famiglia si è allargata e sei mesi fa è nato Federico».

e. t.

«Arte, classica e viaggi sono i miei svaghi fuori dal parquet»

«Viaggiare è l’hobby più grande che abbiamo io e Valentina. Londra la città più bella visitata, ma anche Boston, molto europea, ci è piaciuta tanto. Mia moglie cantava in un coro polifonico e mi ha fatto amare la musica classica. Mi rilasso con Bach e Mozart. La sua laurea in storia dell’arte mi ha anche avvicinato ai dipinti, al classicismo». Com’è cambiata la vita da quando è diventato papà? «Guardo Federico e apprezzo la sua crescita, giorno dopo giorno. Come cambia, come ti guarda, anche se pensi che sia assente e invece è lì che ti fissa». In Italia la vita in questo momento è difficile, la crisi attanaglia tutti, che futuro s’immagina per Federico? «Cercherò d’insegnargli di vivere il momento, senza pensare il futuro, ma facendo il massimo in quel preciso istante. Per me non è stato sempre così, anzi: ho scelto apposta le Magistrali perché erano solo quattro anni e in testa avevo già l’intenzione di fare l’Isef. A 19 anni, anche se giocavo, allenavo già il minibasket. Tutto è sempre stato abbastanza pianificato nella mia testa». Livorno è una città «rossa», sua madre è consigliere comunale, che parte ha la politica nella sua vita? «Sono quello che in famiglia ha meno interesse per l’argomento. Mia madre adesso è con i Cinque Stelle, che hanno vinto le elezioni, ma io non mi sono mai fatto appassionare, giusto il minimo indispensabile per sapere cosa stavo votando». Che rapporto ha fuori campo con i giocatori? «Mai troppa confidenza, ma se c’è un problema da risolvere sono pronto ad uscirci a pranzo o cena. Non andiamo a divertirci insieme, non credo a questo tipo di legame. Mi faccio dare del tu però: anzi preferisco che mi chiamino Andrea piuttosto che coach, anche se ormai va di moda così. Io, la squadra e lo staff siamo una cosa unica, ma non è giusto spingere troppo oltre questa situazione. Ruoli distinti, ma tutti per la stessa strada».

cri. tog.

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