Bresciaoggi – Nuovo Eib: vince il progetto di Eliseo Papa

6 dicembre 2014

Adesso si sa chi realizzerà il palazzetto Eib. Le buste con le offerte sono state aperte ieri. E la più conveniente è risultata quella dello studio Ital-Engineering, capitanato da Eliseo Papa, cui si era affidata per la parte progettuale l’impresa mantovana Coghi spa. Papa aveva già ottenuto nella valutazione tecnica il punteggio più alto assegnato dalla commissione guidata dall’architetto Berlucchi. Vincendo anche la partita dei ribassi, il professionista con studio in via Corsica ha sbaragliato il campo dei due rivali rimasti in lizza, dopo l’esclusione di Lamberto Cremonesi (Crew): battuti l’Aegis degli architetti Cantarelli e Serboli con l’ingegner Trebeschi per la emiliana Unieco, scesa del 6 per cento, e lo studio genovese 5+AA per la Italiana Costruzioni che ha scontato il 2,5. Dalla busta Papa-Coghi è uscito uno sconto decisamente maggiore: 24,86 per cento! «Il segreto – dice Papa – sono le tensostrutture». E una filosofia di consolidamento e di conservazione dell’esistente. È così che Ital-Engineering è riuscita a superare solo di poco i 6,3 milioni di euro, la somma che la committente Immobiliare Fiera, deve al Comune in base alla convenzione urbanistica da cui deriva l’impegno a ristrutturare il palazzetto dell’Eib. I 6,7 milioni dell’offerta di Papa fanno tirare un sospiro di sollievo all’amministrazione comunale. Che, dovendo coprire la differenza di tasca propria, temeva una forbice troppo grande e onerosa tra la cifra di Immobiliare Fiera e l’offerta vincitrice. La passione di Papa per l’Eib è antica, almeno quanto quella per gli impianti sportivi che rappresentano uno dei campi principali della sua attività (suo il velodromo di Montichiari). «Non sono un fan della pallacanestro – confessa – ma anni fa mi regalarono un biglietto per assistere a una partita dell’allora Telemarket». Più che i movimenti della palla a spicchi, fu la struttura a catturare l’attenzione del professionista: «Come avrei rigenerato quell’impianto malmesso se mi fosse stata data la possibilità?». Ora quella possibilità è arrivata, ma l’architetto si era mosso in anticipo. «Gettai un sasso nello stagno», ricorda. Il sasso fu un progetto da 5 mila posti, in pratica quello che ora ha vinto «e che di mia iniziativa sottoposi al Comune – ricorda Papa -. A sindaco e assessore piaque, e quando alla fine si decise di fare la gara, proposero di usarlo come base per un appalto integrato. Il che mi avrebbe impedito di partecipare». Il preliminare è stato steso invece dagli uffici comunali e il progetto di Papa è diventato il progetto per la Coghi, ha partecipato e ha vinto. Un’autentica rivincita per l’architetto che alcuni anni fa per soli 0,27 punti perse la gara del nuovo Palalido, lo storico tempio del basket milanese. Il progetto parte dall’idea di valorizzazione del «tamburo» nato negli anni Sessanta dall’esigenza di dare visibilità ai prodotti di un’industria bresciana alla conquista dei mercati. Setti e telai radiali di cemento armato rafforzano le vecchie «mura», e il tutto sarà racchiuso in una «gabbia» di tubi di acciaio a forma di iperbolide parabolico a maglie romboidali. Tra i due livelli del «tamburo», un’ampia loggia di deflusso degli spettatori fungerà da foyer all’aperto negli intervelli degli eventi sportivi o degli spettacoli, e sarà percorsa da una pista di atletica utile per allenamenti. Attorno, 11 scale di metallo a raggiera premetteranno l’accesso alle tribune. La tensostruttura caleidoscopica del soffitto, segno distintivo del progetto firmato 40 anni fa dall’ingegner Cremaschini, sarà conservata e valorizzata. Pochi gli scavi e il recupero di tutto il possibile caratterizzeranno i lavori. Il progetto è improntato al risparmio energetico: così le luci «led» abasso consumo faranno del nuovo Eib una sorta di grande lampada, un faro per chi arriva in città.

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Proprio mentre in via Marconi venivano aperte le buste del bando per la ristrutturazione e la riqualificazione del «ciambellone» dell’Eib, sul telefono di Lamberto Cremonesi è arrivata una telefonata da un numero che iniziava con 010, il prefisso di Genova. «Congratulazioni – si è sentito dire l’ingegnere bresciano -: avete vinto l’appalto per la messa in sicurezza del Fereggiano e del Bisagno», i due torrenti che un mese fa, esondando, hanno sommerso mezza capitale della Liguria, provocato danni in-gentissimi e una vittima. Si tratta di una monumentale opera idraulica (in pratica un pozzo profondo 70-80 metri che devierà l’acqua dei due fiumi verso un tunnel sotterraneo che la porterà fino al mare), oltre che una commessa da 80 milioni di euro, conquistata da Crew – Cremonesi Workshop – insieme a un’impresa bresciana, la Pac dei fratelli Mario e Riccardo Parolini con sede a Capo di Ponte, in Valcamonica. Nessuno stupore, considerando che lo studio Cremonesi con oltre 5 milioni di euro di fatturato è fra i primi dieci d’Italia (al vertice c’è il Building Workshop dell’archistar Renzo Piano), a Brescia ha firmato, fra l’altro, 16 stazioni su 17 della metropolitana più bella d’Italia e a Ryad, capitale dell’Arabia Saudita, ha progettato due stazioni metrò che da sole costeranno oltre un miliardo di dollari. A stupire, semmai, è il fatto che proprio il progetto proposto da Crew per Montagna Costruzioni insieme all’ingegner Enrico Ferali e all’Intertecnica di Marco Belardi, presidente dell’Ordine degli ingegneri di Brescia, sia stato escluso dalla gara per l’Eib ancor prima dell’apertura delle buste con l’offerta economica, perché giudicato «inammissibile». A determinare la clamorosa bocciatura, spiega una lettera recapitata nei giorni scorsi a Cremonesi, è il fatto che il progetto prevedeva la completa demolizione e ricostruzione del «ciambellone», possibilità neppure presa in considerazione dagli altri progettisti, ma secondo Crew «ammessa» – o quantomeno «non esplicitamente esclusa o vietata» – dal disciplinare di gara. «Ciò che mi delude e mi lascia una sranrle amarezza è il fatto che ancora una volta ci confrontiamo con una realtà appesantita dalla burocrazia e da una selva di cavilli legali che guarda agli aspetti formali anziché al reale valore di un’ opera». Di più: «Mi scoccia che a decidere il bando sia stato un avvocato, anziché la giuria composta da architetti e ingegneri», si rammarica Cremonesi, consapevole del fatto che «le gare si vincono e si perdono», perchè fa parte del gioco. Ma altra cosa è non essere neppure ammessi alla partita. «Se la nostra proposta non fosse piaciuta o non fosse risultata la più conveniente, nulla avremmo avuto da ridire, ci mancherebbe! – assicura l’ingegnere bresciano -. Il problema è che la busta con la nostra offerta non è stata neppure aperta né presa in considerazione, negandoci la possibilità di confrontarci sull’unico piano che conta: il valore tecnico della proposta». Eppure, ribadisce Cremonesi «il bando non vietava la demolizione di una struttura che non ha alcuna ragione per essere mantenuta: né pregio architettonico né vincoli storici o artistici e neppure particolari standard di resistenza al fuoco o di visibilità dalle tribune». Da qui l’idea di radere al suolo il vecchio per proporre una struttura completamente nuova «versatile, in grado di essere utilizzata per diverse discipline sportive anche a livello internazionale, di ospitare spettacoli, di massimizzare le performance energetiche e acustiche e di garantire una durabilità che nessuna ristrutturazione può assicurare». «Purtroppo – si rammarica Cremonesi- in Italia si progetta secondo leggi superate e l’aderenza a discutibili vincoli di forala e dimensione. Più dell’architettura, può la burocrazia».

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