Corriere della Sera – Centrale, una tuta blu in panchina: il dopo Martelossi si chiama Diana

17 ottobre 2014

Classe ’75, toscano, catapultato dal molo di vice a leader. Sono indizi che potrebbero far pensare a Matteo Renzi, Presidente del Consiglio, ma il quiz ha in Andrea Diana la soluzione. Livornese e non fiorentino, un mese più giovane del noto coetaneo, eppure così differente dall’immagine del quasi quarantenne di oggi. Ossia rampante, a volte aggressivo, attento alla propria immagine. Sarà per la sua infanzia, forgiatasi in una città di lavoratori (e di grandi allenatori), oppure per l’esperienza maturata in tre stagioni da vice, prima a fianco di Dell’Agnello e poi di Martelossi. L’uomo nuovo, il condottiero buono della Centrale del Latte che stasera ore 20.30 torna al San Filippo per affrontare Mantova nella terza giornata di Serie A2 Gold, predica aggressività e trasmette fiducia allo stesso tempo. Potrebbe essere il perfetto vicino di casa, anche se ama viaggiare e vivere la città «da abitante e non da turista. Risiedo a Brescia 2, eppure frequento molto il centro». È prestissimo per pensare alla prossima va- canza. Andrà programmata secondo le esigenze del nuovo arrivato, il piccolo Federico, dopo un’estate passata ad attenderlo a Vigarano (Ferrara) con la moglie Valentina, appassionata di storia dell’arte. Soprattutto, perché l’orizzonte della nuova Leonessa è ancora tutto da conoscere. L’entusiasmo per il nuovo gruppo è palpabile, tuttavia Diana non perde di vista il proprio mantra: «Dovremo crescere poco per volta. Certo, sin qui sono soddisfatto. Volevo un mosaico equilibrato composto da gente con fame. Sono stato chiaro con tutti i dieci giocatori, ognuno di loro ha un ruolo e Cittadini è l’esempio da seguire». Dopo un’annata, l’ultima, in cui si era vista una Leonessa dal potenziale devastante (Fultz, tra gli altri, stasera sarà l’ex di turno) ma graffiante solo a parole, Diana ha attuato la sua rivoluzione. A fuoco lento, senza strilli, come nell’evoluzione del rapporto con i bresciani: «Siete freddi solo in apparenza. Quando conoscete e apprezzate la persona, date tutto. Noi livornesi vediamo lo sport come un lavoro, io sono stato fortunato perché ho realizzato la mia passione. Prima volevo diventare istruttore Isef e ci sono riuscito, scegliendo le magistrali (un anno in meno) per accelerare i tempi. Poi, dopo aver giocato a basket (B2 e Ci, livelli discreti), ho accettato la sfida della panchina per provare ad annusare la pallacanestro di vertice». L’apprendistato è durato quasi un decennio, «per ora non è cambiato niente nell’approccio alle partite, sono stato sempre responsabilizzato». La stagione in corso, tuttavia, è il primo esame da superare per dimostrare di essere stato una scelta voluta e non un ripiego. Con la solita ricetta: «Etica del lavoro e carica agonistica». Non è un ossimoro. Diana non vuole una Centrale di educande, «non sarei certo io l’esempio migliore. Ci tengo a vestirmi di tutto punto per la partita, poi la prima cosa a saltare è la giacca…». Cerca una squadra di operai talentuosi, orgogliosi della loro tuta blu sperando, a giugno, di indossare il vestito delle grandi occasioni. «Siamo antidivi? Chiamateci pure così, l’impor- tante è non essere egoisti. E trasmettere passione». La sua, per la palla a spicchi, è facilmente rintracciabile nell’occhio lucido, mascherato dalla barba ben curata, al ricordo degli approcci con il gioco («Avevo 5 anni quando iniziai, a Livorno») e degli amici ora lontani: «Mi manca il mare, mi mancano loro…». Se la serata di gala prima o poi arriverà, loro saranno i primi invitati.

Luca Bertelli

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